Le tentate soluzioni sociali

Posted in Modello Strategico Integrato

Provare a descrivere l’essere umano avulso dalle sue relazioni equivale a una descrizione astratta, a tratti filosofica, incapace di dettagliare le sfaccettature che compongono la vita reale e i problemi a essa connessi. Per questa ragione l’approccio strategico integrato, a partire dalle ridefinizioni delle psicopatologie cliniche offerte da Watzlawick e tutto il gruppo di Palo Alto, a partire dalla grande rivoluzione di decodificare i problemi come “tentate soluzioni”, cambia la logica clinica, non chiedendosi più “perché” si è originato un problema, ma “come” si mantiene, e di conseguenza quali sono i meccanismi da mettere in campo per cambiare la situazione che genera disagio e sofferenza.

Questo passaggio diventa fondamentale quando l’intervento avviene nei confronti di chi non ne sente la necessità, né ne ravvisa l’utilità, ovvero in tutti quei contesti dove non c’è un cliente che fa una richiesta, ma un’istituzione che la prescrive. Il rischio più frequente infatti è di incappare in escalation che si cristallizzano in rigidità tra le parti coinvolte. È il caso dei minori devianti nelle case famiglia o negli istituti, o dei senza fissa dimora nei centri d’accoglienza, solo per fare alcuni esempi. La prosecuzione di condotte “devianti”, nonostante l’impegno degli operatori che si occupano di questa tipologia di utenza mostra la necessità di un intervento efficace, capace di coinvolgere non solo lo specialista che si interfaccia all’individuo, ma tutti coloro che intervengono nel problema, dagli educatori agli assistenti sociali, decodificando le difficoltà in modo diverso, individuando in equipe il punto più accessibile di intervento e ricercando processi di cambiamento in tempi brevi. Inserire degli elementi in grado di modificare le percezioni dell’individuo sono migliori per efficacia ed efficienza di qualsiasi analisi di complessi d’Edipo irrisolti.

È fondamentale partire da quella che Bateson ha definito “ecologia”, non solo della mente dell’individuorispetto a se stesso, ma nell’interazione , quella sì, necessariamente ecologica, tra gli esseri umani nei contesti che vivono. Il lavoro sociale vive di obsolescenza retorica, cattolicesimo nella sua peggiore accezione e filosofia del non fare. Il passaggio essenziale, in termini strategici, non è sapere “chi è” l’utente, ma “che cosa fa”. L’intervento strategico in questi contesti vede la sua evoluzione in una pianificazione congiunta, che da un lato risponde alle esigenze dell’istituzione, che investe per generare cambiamento, e dall’altro in una progettazione che non consiste solo in un’accoglienza tout court, ma che mette l’utenza nella condizione di essere accompagnata nella modificazione del proprio sistema percettivo reattivo. Questo significa mettere nelle mani dell’utenza le capacità e le competenze di ognuno, facendo sì che ci si riscopra soggetti attivi, in grado di provare piacere dalla ricostruzione della propria vita. In maniera prescrittivi, indurre la persona a strutturare relazioni capaci di restituire un senso di sé.

Abbattere le “tentate soluzioni sociali” significa cambiare il punto di vista assistenzialistico in una osservazione attenta della persona, delle sue passioni e peculiarità; sostegno da un lato, azione creativa dall’altro, per fare in modo che la ricerca della propria soddisfazione personale passi per una responsabilità di sé, una individuazione in termini clinici, capace di modificare l’approccio alle relazioni e alla vita. Non più dunque soluzioni che cronicizzato, poiché imperniate sull’emergenza, ma azioni che valorizzano il contesto e trasformano la percezione che si ha di sé. Questo, in chiave strategica, soddisfa la richiesta dell’istituzione e, attraverso la partecipazione di tutte le figure coinvolte, organizza il cambiamento dell’utenza in un nuovo modo di interloquire con la propria vita.

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