Strategica Integrata: Leggere, Disporre, Restituire
Leggere Disporre Restituire: La dinamica di gruppo e il modello strategico integrato
1. Introduzione Leggere, disporre, restituire.
Nell’ambito del modello strategico integrato acquistano peculiare significato questi tre termini, dal punto di vista operativo e terapeutico. L’obiettivo del presente scritto è sintetizzare ed esplicare, in termini di operatività, il lavoro di conduzione di gruppo in chiave strategica integrata, evidenziando come sostanziali, all’interno di una dinamica di gruppo, tre passaggi: l’abilità di lettura delle dinamiche che si vengono a creare all’interno di un gruppo, la capacità di trasformarle in azioni da esperire direttamente con il gruppo, la necessità di rendere l’hic et nunc leggibile dal soggetto in chiave cognitiva. Lo studio del gruppo, dal secolo passato ad oggi, ha vissuto numerose ridefinizioni attraverso il lavoro psicologico e psicoterapeutico, intendendo il gruppo stesso non solo come momento di interazione, ma anche come spazio capace di produrre un cambiamento. Considerare i gruppi dinamici affini ai gruppi d’incontro, ci porta, come sostiene Irving Yalom (1997), a pensare “i partecipanti [ai gruppi d'incontro], generalmente, non come pazienti: per questa ragione l'esperienza non è considerata terapia, ma crescita” Alla luce di questo, il lavoro del trainer si svincola dal concetto di cura, proprio delle teorie analitiche e gestaltiche, senza tralasciarne però le chiavi di lettura dinamiche in termini di meccanismi di difesa, stadi gruppali e di rappresentazione di sé, per entrare nella conduzione della dinamica di gruppo, definendo come obiettivo la costruzione di significati “altri” alla realtà costruita dall’individuo nelle sue interazioni e relazioni all’interno del gruppo dinamico. In ultimo, è importante evidenziare il contesto gruppale, o lo “spazio”, che Anzieu (1987) definisce “un laboratorio” dove l’individuo sperimenta se stesso nelle interconnessioni con l’altro sul piano emotivo e razionale e che Corrao (1992) descrive come: “un contesto mutevole atto a produrre costruzioni cognitive in espansione”. Questo laboratorio diventa il luogo dove è possibile, per il conduttore, proporre modalità nuove di lettura di sé, promuovendo quello che Watzlawick (1974) definisce “cambiamento 2” lavorando, in particolare, sulle azioni e i meccanismi interattivi che determinano comportamenti disfunzionali
2. Leggere
Il primo passaggio nel lavoro con il gruppo è comprenderne i comportamenti, i movimenti, le emozioni che mette in circolo, le difese che è in grado di erigere, l’atmosfera che emerge dall’interazione gruppale. Le basi teoriche relative a questi aspetti partono da Lewin e Bion. Lewin (Colucci F. P, 2005) descrive il gruppo come “soggetto sociale organizzato”, per questo in grado di esprimere comportamenti e tensioni dinamiche proprie, diverse da quelle dei singoli partecipanti. In questo il conduttore è chiamato a decodificarne i codici, ponendosi in una posizione “up”, e osservando il gruppo nelle sue produzioni dinamiche emotive e comportamentali. Proprio Bion (1971), evidenziando la capacità del gruppo di indurre l’individuo ad impulsi regressivi, ne approfondisce gli aspetti che dominano la vita emotiva del gruppo stesso. Ancora, Burrow (Neri 2001), lavorando nel qui e ora, mette in risalto la forza e la capacità del gruppo di scardinare i condizionamenti imposti dalla realtà consentendo all’individuo di lasciar emergere il proprio Sé, “liberandolo” all’interno della dinamica di gruppo. E se l’analisi di gruppo è un metodo che si pone come obiettivo quello di potenziare la consapevolezza di sé, delle relazioni interne, delle modalità di cooperazione e adesione che ognuno ha verso le norme e i valori del gruppo, il trainer della dinamica di gruppo deve prima di tutto leggere le relazioni dinamiche presenti all’interno di un gruppo, il suo comportamento e la sua evoluzione. Va sottolineato questo aspetto perché l’atmosfera di gruppo diventa la vera essenza del gruppo stesso, e in chiave strategica integrata il conduttore passa, attraverso l’ascolto attivo, all’osservazione inferenziale rivolta al “soggetto-gruppo”, e non al “soggetto-in-gruppo”. Ogni individuo parte del gruppo avrà il gruppo come luogo dove portare il proprio mondo, e le interazioni diverranno la realtà ricostruita all’interno del gruppo, i nodi dell’individuo all’esterno del gruppo saranno gli stessi portati, attraverso il proprio stile, all’interno del gruppo. La complessità che ne deriva diviene la lente attraverso cui il terapeuta muoverà e si muoverà con il gruppo, conservando per sé il ruolo di “approdo sicuro” (De Leo et al. 2005) che mantiene e contiene il gruppo ma anche il congegno che consente al gruppo di andare oltre i limiti della propria lettura della realtà. Così il gruppo diventa lo spazio dove è possibile sperimentare se stessi nella relazione, nella comunicazione, nell’azione, andando a coinvolgere gli aspetti cognitivi, emotivi e relazionali dell’individuo. Questa sperimentazione è viva all’interno del gruppo laddove il conduttore organizza un intervento volto a destrutturare il modo di leggere la realtà costruita dal gruppo all’interno delle sue interazioni, non il gruppo stesso. Diviene così possibile avviare un cambiamento. Impostando il lavoro in questi termini, il gruppo diventa per l’individuo un “altro non isolato” (De Leo et al., 2005), dove l’aria respirata al suo interno è la stessa della sua quotidianità, moltiplicando così gli spazi di sperimentazione e di cambiamento. La dinamica di gruppo si muove così in un hic et nunc processuale, ed è proprio nella processualità che il nostro modello si muove. Cambia il concetto di tempo e spazio, e il gruppo vive in una gestalt chiusa, dove ogni incontro dinamico prevede una ridefinizione o una rilettura di quelle che sono le dinamiche emerse all’interno del gruppo e che segnano un tassello importante nel processo evolutivo del gruppo. Così il terapeuta non solo osserva, ma legge e decodifica quelli che sono gli stili narrativi che emergono nel gruppo, le resistenze che il gruppo agisce, i meccanismi di difesa e i profondi stravolgimenti emotivi che le varie fasi evolutive del gruppo provoca, proponendo al gruppo stesso letture alternative alla realtà proposta.
3. Disporre
Il passaggio successivo è legato all’azione. Nella prospettiva strategica, come sostiene André Missenard (Nardone G., 1991), il conduttore si trova ad operare in termini di deformazione, o meglio, di decristallizzazione delle abitudini e degli schemi comportamentali e relazionali disfunzionali. L’obiettivo diviene quello di modificare il modo di leggere la realtà costruita dal gruppo nelle sue interazioni. Per far sì che questo avvenga, il ruolo del conduttore è rilevante in termini di facilitazione e gestione del gruppo al fine di consentire al gruppo stesso di costruire insieme a lui azioni e movimenti atti ad incrementare la consapevolezza dell’individuo, a farne esplicitare i nodi e le resistenze, a favorire processi di cambiamento, sia individuali che di gruppo. In questo diventa chiave di volta la comprensione delle strategie attivate nel contesto gruppale. Quello che Kaes (1994) ha definito “fonction conteneur”, la funzione – contenitore, diviene non solo lo spazio di contenimento per l’individuo, ma di attribuzione di senso e significato delle azioni che al suo interno avvengono, fino al raggiungimento di un’identità individuale e di gruppo. Erickson (Haley J. 1976) promuove il concetto di utilizzazione come uno degli strumenti-chiave per entrare in contatto con il paziente, intendendo come attinente al contesto terapeutico, al problema e al paziente, ogni aspetto contraddittorio o apparentemente irrazionale o paradossale che il paziente muove nel contesto terapeutico stesso. Ampliando questo principio, ed in linea con una lettura strategica degli accadimenti all’interno di un gruppo dinamico, possiamo affermare che tutto ciò che si verifica nel “contenitore – gruppo” non è estraneo a ciò che il gruppo sta vivendo in un dato momento; il modo in cui il gruppo gestisce e modula gli aspetti emotivi e cognitivi, oltre all’interazione che ogni individuo agisce con le parti messe in gioco da ciascun membro rimane conforme e contestuale all’ ambiente – gruppo in cui avviene. È compito del conduttore cogliere e rimettere in circolo all’interno del gruppo questa gestione, affinchè non vada persa o letta esclusivamente come acting del gruppo. La possibilità di “usare” la gestione e la modulazione degli aspetti emotivi e cognitivi del gruppo consente al conduttore di entrare nell’emotività del gruppo senza lasciare spazio ad interpretazioni o inferenze, ma utilizzando il linguaggio, il movimento e l’azione del gruppo. La potenza del gruppo sta nel riuscire segnalare le “emergenze emotive”. La competenza del conduttore sta nel coglierle, sviscerarle e metterle in circolo nel gruppo attraverso l’azione. In questo senso, “disporre” gli elementi del puzzle – gruppo diventa l’azione del conduttore per accelerare le capacità del gruppo nella comprensione, riflessione e soprattutto nell’esplorazione delle implicazioni personali, affinchè l’azione del conduttore generi l’azione del gruppo, bypassando le difese dell’individuo e i meccanismi sabotativi del gruppo, costruendo l’opportunità di smascherare disfunzionalità e favorire diverse vie di sperimentazione di sé. In questa ottica il contesto-gruppo diviene strumento di cambiamento, attraverso l’uso del corpo in generale, di simulazioni e role play, ovvero rivisitazioni relazionali che consentono alla persona di rivelarsi. Lavorare sul qui e ora, proprio del modello strategico, consente di guardare al presente e non al passato; esperendo direttamente “sul campo” azioni situate e contestualizzate, attraverso l’uso e l’elaborazione delle resistenze che ciascuno agisce in gruppo, ci si può consentire la sperimentazione dei propri stili relazionali e narrativi. La lettura di detti stili consente al conduttore di facilitare i movimenti gruppali, permettendo all’individuo e al gruppo di comprendere la propria complessità in maniera bidirezionale, nell’emotività propria e gruppale. La responsabilità della conduzione di un gruppo passa dalla realizzazione degli aspetti cognitivi e razionali attraverso l’agire concreto delle emozioni.
4. Restituire
Il feedback è un’informazione di ritorno, e lo schema che genera è un processo senza fine; non c’è un unico mittente o un unico destinatario. L’esempio preso in causa per spiegare il meccanismo di retroazione è il termostato che regola la temperatura. Quando si supera la soglia, la fonte (sensore) manda un messaggio (temperatura alta) sottoforma di impulso elettrico, attraverso un filo di rame che è il canale, fino al destinatario (regolatore di temperatura). Ne viene fuori la risposta (feedback), base dei sistemi omeostatici che si autoregolano. La dinamica è continua e basata su continui feedback. Trasponiamo questo modello del termostato, senza il variare di un solo elemento, alla comunicazione interpersonale. Come nella termodinamica anche nella comunicazione il mittente si aspetterà la risposta per verificare se il messaggio sia arrivato e sia stato accettato per continuare il ciclo comunicativo. Questo è uno dei concetti-chiave che attraversa la psicologia, dal MRI di Palo Alto fino ai più recenti studi poststrutturalisti. La funzione del feedback diviene così fondante dei processi di cambiamento e il suo significato si va a inserire nel lavoro con il gruppo come strumento di riorganizzazione e ripartenza, uno “stop & go” attraverso cui è possibile per il conduttore stabilire le modalità di evoluzione della processualità del gruppo, ridefinendo di volta in volta i passaggi che puntano al raggiungimento degli obiettivi. Per questa ragione in ambito strategico ogni incontro è una gestalt chiusa. Questo diviene un potente strumento nelle mani del conduttore, da gestire con assertività e autorevolezza. Il conduttore ha sempre in mente i confini del gruppo. Senza indurre soluzioni o risposte “messianiche” si muove sulla produttività del gruppo. E se la prospettiva bioniana porta il terapeuta ad assumere il ruolo di “schermo” e di “proiezione del gruppo”, laddove, come sostiene Yalom, (op cit) “ogni paziente ha la possibilità, attraverso le osservazioni provenienti dagli altri partecipanti al gruppo, di rendersi conto di proprie modalità di interazione sociale inadeguate e, conseguentemente, di apprenderne di nuove, migliorando considerevolmente la propria competenza sociale”, all’interno di una prospettiva strategica integrata questa è solo una parte del lavoro dinamico del conduttore all’interno del gruppo. Di fatti, da un lato il conduttore assume la funzione di specchio in modo da consentire al gruppo di comprendere ciò che accade. Contestualmente restituisce al gruppo i movimenti messi in atto, ne confeziona una lettura precisa in termini di feedback, senza cercare l’approvazione del gruppo. Concludere in maniera sistematica ogni incontro con una restituzione rispetto alle dinamiche, agli agiti, alle resistenze presenti, attraverso immagini evocative capaci di porre il gruppo di fronte a uno specchio, dà la possibilità al gruppo di avere costante contatto con il proprio processo evolutivo. In ottica cibernetica la funzione che il feedback assume è proprio quella di proporre una ristrutturazione del sistema in termini di cambiamento. Attraverso una restituzione il conduttore rilegge le narrazioni del gruppo stabilendo nessi logici tra le argomentazioni proposte e aggiungendo dei significati a queste narrazioni sulla base delle ipotesi che sono emerse; per questa ragione possiamo parlare di feedback dialogato e negoziato. Chiudere la gestalt significa consentire al gruppo di vivere il proprio cambiamento su un piano razionale in un contesto di confronto, riflessione, interazione, ed in questo acquisisce forza la funzione del feedback stesso: diventa il momento di chiusura che dà la possibilità al terapeuta di riformulare ciò che il gruppo ha colto e vissuto, in linea con gli obiettivi che si è dato in principio. Il lavoro sul qui e ora consente di non guardare al passato ma al presente in maniera funzionale per il futuro, e attraverso una restituzione neutra, assertiva, mirata e centrata sull’obiettivo, il gruppo muove un passo alla volta, incontro dopo incontro, in un processo evolutivo che coinvolge tutte le sue parti e che non consente all’individuo di rifugiarsi dietro le proprie resistenze, poiché agite, e non rimanere collegati solo ad aspetti cognitivi di sé, poiché destrutturati e ridefiniti.
5. Conclusioni
In conclusione possiamo sintetizzare i movimenti del conduttore di gruppo in chiave strategica come composti di tre passi, laddove legge il gruppo nelle sue interazioni e cogliendone gli aspetti emotivi e relazionali, dispone azioni in modo che il gruppo possa sperimentare nell’hic et nunc i vissuti che l’hic et nunc genera, restituisce al gruppo un nuovo modo di intendere i processi dinamici e le soluzioni proposte alle emergenze emerse, consolidando di volta in volta livelli di cambiamento acquisiti e limiti da superare. Questi “tre passi” non vogliono essere esaustivi del lavoro da svolgere all’interno di un lavoro di gruppo. Vogliono essere una lettura sistematizzata dei passaggi da compiere per poter “gestire” un gruppo, senza che si rimanga divorati o ammaliati da esso, trovando costante contatto con le proprie componenti emotive, utilizzandole e connettendole ad aspetti più razionali e relazionali, in un’ottica specificatamente integrata. Senza entrare nello specifico delle differenze che intercorrono tra i vari approcci teorici, pur sottolineandone alcuni aspetti divergenti, si vuole evidenziare il ruolo attivo del conduttore, la responsabilità di cui è investito e che deve assumersi nel momento in cui comincia un lavoro con il gruppo, oltre che la necessità, come in ogni ambito di applicazione del modello strategico, di una competenza non solo teorica ma esperienziale.
Dott. Fabio Grimaldi - Psicologo-Psicoterapeuta
Bibliografia
